Incubi ricorrenti

2016, Aug 29    

Erano anni che non la rivedevo.
Un caro amico, Matteo, mi invia una sua foto.
Credevo l’avessero buttata giù e invece sembra essere stata completamente ristrutturata.
Ho vissuto lì circa un anno, piuttosto intenso, fino alla notte di quel 6 aprile.
Rivederne la facciata messa a nuovo sprigiona una serie di emozioni difficili da identificare e catalogare correttamente.
La guardo alcuni secondi poi passo ad altro e lascio scivolare via i pensieri.

Sono in vacanza nella mia città da quasi un mese.
Quì il tempo scorre più lento del normale.
Prevale la sensazione di rivivere costantemente piccoli accadimenti, come in un vecchio numero di dylan dog, la zona del crepuscolo, dove lo stesso giorno felice si ripete ogni volta, in eterno.
Così le giornate si susseguono senza differenze sostanziali, come è probabilmente giusto che sia quando sei in vacanza nella tua città da quasi un mese e ti concentri sulle persone, la famiglia, gli amici, i luoghi e i sapori della tua terra.
Quel giorno non fa eccezione. C’è vento forte sulla costa, tanto da formare dune di sabbia sulla riva.
La spiaggia è deserta e il mare ha un colore scuro, denso.
Torno a casa, sono stanco e non ho alcuna intenzione di uscire; voglio piuttosto dormire il più possibile e recuperare sonno perduto.

Tempo fa ho scoperto che in certi casi riesco a pilotare i sogni.
“Sogni lucidi” li chiamano, quei sogni dove acquisisci la consapevolezza di sognare, e riesci in qualche modo a trasformare il flusso degli eventi e portarti via - ad esempio - da situazioni pericolose o imbarazzanti.
Ci riesco a volte, non sempre, non quella notte.

Ricordo eravamo cinque o sei persone in una grande stanza.
Riconosco alcune di queste, tra loro Matteo, che proprio quel giorno mi inviò le foto di quel palazzo ai quattro cantoni, in centro storico a L’Aquila.
Ci sono delle carte da gioco sul tavolo ma nessuno sta giocando.
Mi alzo e mi dirigo verso il bagno attraversando un lungo corridoio affrescato ai lati, stretto e piuttosto buio.
Raggiunta ed aperta la porta del bagno, scopro con mia grande sorpesa due uomini all’interno.
Erano in piedi, immobili, con lo sguardo rivolto verso di me.
Chiedo scusa ed esco in fretta.
Torno nel salone e perplesso domando al presunto padrone di casa chi fossero le due persone in bagno.
“È impossibile - risponde lui - non c’è nessun altro quì”.
Riattraversiamo insieme il corridoio, lui spalanca la porta e butta uno sguardo all’interno, poi si volta e insiste: “Lo vedi? Non c’è nessuno”.
Con il cuore forte in gola decido di affacciarmi anch’io, e nuovamente trovo i due uomini ancora lì, sempre immobili che continuano a fissarmi.
Sembrano cordiali, uno dei due mi fa un cenno con la mano.
Chiudo la porta e torno rapidamente nel salone.
Rivolgendomi affannosamente ai presenti chiedo a tutti di seguirmi e confermare cosa vedessero oltre quella porta.
E così, uno ad uno entrano ed escono dal bagno.
Uscendo, alcuni confermeranno di aver visto due persone, altri invece che non ci sia nessuno.
Sembra essere soltanto uno scherzo e qualcuno ride nervosamente e parla a voce alta, finché Matteo, che per ultimo era entrato, uscendo chiude la porta dietro di se e con voce ferma scandisce le seguenti parole: “Io conosco queste persone. Queste persone sono morte”.

Le affermazioni di Matteo, pronunciate con quel tono deciso e definitivo, vengono immediatamente recepite e prese per buone da tutti.
Nessuno sa bene cosa fare, apparte Matteo, che mi chiede di non fare un bel niente.
Scelgo di ignorarlo e riapro la porta per la terza ed ultima volta.
Incontro ancora lo sguardo di uno dei due, ma questa volta è molto cambiato.
Sembra essere seccato e colmo di rabbia.
Mi volto a cercare i miei amici, ho come l’impressione di essere rimasto l’unico vivente ancora in quei luoghi, ma fortunatamente mi sbaglio.
Matteo è ancora lì, alle mie spalle, che squote la testa preoccupato.
È un rombo inquietante ed improvviso quello che sentiamo, e i due uomini sembrano essere scomparsi nel nulla.
“Hai visto? Sono andati via. - aggiunge Matteo - Li abbiamo disturbati e sono andati via.
Dobbiamo chiedergli scusa e farli tornare quì, perché è quì che appartengono”.

Spalanco una finestra del corridoio, che chiaramente non era lì fino a pochi istanti prima.
Ricordo di aver gridato affannosamente qualcosa affacciandomi su un cortile in penombra.
Ricordo di essermi rivolto agli spiriti ed avergli chiesto di tornare indietro.

Apro gli occhi.
Era solo un incubo, un incubo come tanti.
Allungo la mano, prendo il telefono e controllo l’ora.
Le 3:28.
Tento di rimettermi a dormire ma non riesco, sono ancora turbato.
Passa qualche minuto ed entro in dormiveglia, in quella fase dove confondi realtà e sogno, quando la mente assorbe e converte gli impulsi esterni fondendoli con ricordi, paure e tutto il resto.

Le 3:36.
È un altro incubo ho pensato.
Ho sperato con tutte le mie forze che si trattasse di un altro incubo, ma non è così.
È la terra che trema.
Quel rombo. Non lo dimentico.

Puoi pensare di aver superato, ma la realtà è che non si supera mai; resta lì, latente, parte di te.
Certe esperienze le porti sempre dentro e non c’è niente che tu possa fare per dimenticare.
Si accetta, non si dimentica.